Il 18 novembre è terminata la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 (aka Cop27) che si è tenuta in Egitto.
Ho deciso di parlarne qui, nel mio blog, interrompendo finalmente un lungo silenzio dovuto al cumulo crescente dei miei impegni lavorativi, perchè in teoria i risultati della Cop27 dovrebbero orientare le politiche e le strategie green degli stati partecipanti (quindi anche dell’Italia) nei prossimi anni. E quindi l’evento dovrebbe avere ricadute pratiche non solo a livello globale, ma anche sul territorio (come questo).
Il condizionale è d’obbligo vista la mancata presa di posizione su molti dei temi centrali di questa edizione.
Al di là dei resoconti di cronaca, che lascerei ai giornalisti, e degli aneddoti che si allontanano dal tema centrale dell’evento (per esempio tutti i discorsi relativi alla gioia popolare scatenata dall’arrivo del Presidente brasiliano Lula da Silva, reduce da una serie di vicissitudini che stanno ancora spaccando il suo Paese a metà) l’imminente conclusione di questo incontro impone una riflessione sul senso di questo tipo di eventi.
È naturale, infatti, che appuntamenti di una tale portata (che coinvolgono, letteralmente, gran parte del mondo istituzionale) si presentino, sempre, in una doppia veste: da un lato l’aspetto posto al centro dalle accuse di greenwashing istituzionale (vale a dire di un ecologismo sventagliato a favor di telecamere e a beneficio degli elettori sensibili al tema, ma senza un reale impatto) e, dall’altro, il pragmatismo di chi, constatando la difficoltà congiunturale di questo periodo (che si potrebbe riassumere in un apocalittico “Guerre e pestilenza”), punta sulle politiche che è possibile mettere in pista partendo dagli strumenti attualmente disponibili, forte di una salda fiducia negli effetti delle decisioni politiche.
Porre attenzione a questo doppio aspetto, però, non significa schierarsi.
È innegabile, infatti, il “fallimento” degli impegni presi fino a oggi, basta guardare i numeri: la riduzione delle emissioni, in ottica di decarbonizzazione, rispetto al 2019 avrebbe dovuto essere poco meno del 50% entro il 2030, ma è stata stimata nell’appena -0,3%.
Ciononostante i leader politici hanno in gran parte riconfermato gli impegni presi per il clima e previsti per il prossimo futuro.
Certo, si può pensare che si sia trattato di una “sparata” politica, ma non è questo il punto.
Il punto, e questo ci riporta all’altro aspetto della Cop27 di cui parlavo prima, è la dichiarazione di intenti nelle sue ricadute fattuali: nonostante i risultati poco soddisfacenti, infatti, non si può negare (con buona pace di Greta Thunberg) che le discussioni istituzionali sui temi climatici abbiano effettive ricadute politiche.
È la vecchia storia del puntare alla luna sapendo che, anche in caso di fallimento, si sarà percorso un pezzo di strada molto lungo.
Il valore dei risultati della Cop27, infatti, non credo vada giudicato dal raggiungimento degli obiettivi dichiarati, ma dalla pressione politica che – attraverso questo tipo di impegni formali – esercita sui singoli stati, portandoli, comunque, ad azioni più incisive di quanto non avrebbero messo in campo individualmente.
È un fatto che la guerra e la conseguente crisi energetica abbiano riportato al centro del dibattito internazionale la dipendenza da fonti non rinnovabili.
Ma questa ritrovata consapevolezza è forse la più grande alleata di una politica di rinnovamento energetico che non potrà passare da altra strada che non siano gli investimenti nelle energie solari, eoliche e idroelettriche.
Tutto bene, dunque?
Non proprio: se gli Accordi di Parigi e di Glasgow sembra saranno sostanzialmente riconfermati (impegni per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi e per ridurre l’emissione di gas serra fino ad azzerarli entro il 2050), è anche vero che nulla di concreto sembra essere stato deciso sull’abbandono dei combustibili fossili come gas e petrolio.
Oltretutto, se si abbraccia la visione, esposta poc’anzi, del “nudge”, della “spinta gentile”, che obiettivi ambiziosi possono dare alle politiche concrete degli Stati, allora annoverare tra i risultati la semplice riconferma di obiettivi precedenti (senza un rilancio verso mete più “alte”) rischia di essere il più grande buco nell’acqua di questa Cop27 e, in un periodo dove il confronto viene fatto con la riattivazione delle centrali a carbone da parte degli stati più industrializzati, diciamo che non è poco e che non lascia molto spazio all’ottimismo.






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